lunedì 7 settembre 2009

Sconfitti e vincenti

Quando ritornò il proibizionismo stavo sorseggiando un whisky’n’coca comodamente svaccato sul divano. Erano le dieci e trenta di una mattina di marzo. L’edizione straordinaria di Studio Aperto mi aveva incuriosito… “Chissà che è accaduto – pensavo – per far lavorare anche di mattina quei solerti distributori di notizie. Magari Marta Marzotto si è rifatta le tette o hanno scoperto che Gianni Agnelli aveva le narici d’oro…”.
Invece dopo i convenevoli di rito, apparve il presidentissimo, rigorosamente seduto con accanto il ministro della gioventù e il ministro anti-baracca.
“Da oggi il decreto salva-giovani sarà in vigore in tutto il territorio italiano. Per proteggere il nostro futuro, perché i nostri ragazzi sono il nostro futuro, alcool, tabacco e prostitute saranno vietati ai minori di anni 35. I locali da ballo dovranno essere sottoposti ai severissimi controlli del qui presente ministro anti-baracca, mentre la musica dal vivo, il cinema, il teatro verranno banditi e dichiarati fuorilegge. Per fare un esempio, se uno possiede una chitarra e decide di suonarla rischia fino a tre anni di carcere. Inoltre vigileremo sul vestiario dei nostri giovani, che devono dare un’immagine ben precisa del nostro paese anche all’estero. La televisione, ben inteso, rimarrà l’unico organo d’informazione, ma sarà televisione italiana, fatta dagli italiani per gli italiani.”
“E dei libri, presidente?” Chiese un giornalista in platea.
“Dei libri non ci sarà bisogno. Ci saranno canali tematici dedicati ad ogni singola materia. Gli insegnanti si arrangino con quelli. Non vogliamo che qualche sovversivo incendi la mente dei nostri giovani con strane idee su ribellione, giustizia o rivoluzioni.”
Finii il mio drink e fui tentato di lanciarlo contro il tubo catodico, ma mi fermai appena in tempo.
Quello era l’ultimo passo della restaurazione incominciata una ventina di anni addietro.
Tentavo di capire come avessimo fatto ad arrivare fino a questo punto. Mi vennero in mente le crociate anti-sigarette (dove i fumatori venivano trattati come i malati di HIV degli anni ’80… cioè l’idea di non far fumare nei locali pubblici era ottima, ma arrivare al punto di vietare le sigarette per strada ed infine nelle proprie abitazioni mi sembrava una limitazione ai limiti dell’assurdo. E aumentare i costi una volta al mese? Tanto valeva fare delle questue porta a porta per racimolare i soldi per le ragazze discinte del presidentissimo…), anti-sballo (perché obbligare i locali a non vendere alcolici? Non bastava obbligarli ad adibire una sala dove mettere gli ubriachi fino alla fine della sbornia? E il tanto millantato aumento dei trasporti pubblici per aumentare la sicurezza dei giovani e diminuire la preoccupazione delle famiglie dove era finito?).
Ripescai un Rolling-Stone di cinque anni addietro e, dopo l’intervista all’immarcescibile Vasco, c’erano tre pagine di pubblicità che magnificavano l’arruolamento volontario nell’esercito italiano. Ecco dove era cominciato tutto!! Ci sono entrati nella testa, questi stronzi, prima a noi, poi alle nostre mamme, ai nostri papà, alle nostre nonne, fino a che tutto il loro progetto era sembrato condivisibile. I De Filippi, Costanzo, Mtv, il festival di Sanremo, Domenica In, Verissimo crearono l’humus perfetto per una generazione di encefalogrammi piatti. La democrazia distrutta dall’interno, un’erosione perfetta come la goccia che scava la roccia (basti pensare che il Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura è Alfonso Signorini, eletto con un plebiscito popolare da Camera e Senato, che si riuniscono una volta al mese nel parchetto di Milano 2…). E chi aveva provato a dirlo (perché in effetti qualche sciagurato ci provò) era stato bollato come pazzo, comunista, drogato, anti-cattolico, irresponsabile e chi più ne ha più ne metta.
Ora c’erano una quantità esagerata di soldatini in bandana che vivevano per imitare il tronista di turno, stavano in prima fila a difendere famiglia e patria (pur avendo tre-quattro mogli e non avendo mai fatto il militare) e usavano parole come “cribbio!” “la magistratura è marcia dalle fondamenta” “mi consenta” e “non lo faccio per me, ma è il popolo che me lo chiede”.
In ogni caso pensavo che l’ennesimo editto sarebbe servito solo per fare pubblicità. Invece non andò così. Cominciarono prima dai locali e dalle grandi città, ma piano piano la “Squadra anti-deperimento-giovanile” (così era stato ribattezzato il comparto dell’esercito adibito al ritrovo e allo smaltimento di tutto ciò che era vietato) cominciò a passare in rassegna anche i piccoli paesi. Centinaia e centinaia di ragazzi venivano condotti in galera per ciò che possedevano o per i vizi o virtù che si trascinavano dietro.
Dovevo nascondere il whisky. Dovevo occultare le sigarette e la chitarra. Forse me ne dovevo andare. Mettere in valigia i Baricco, i Bukowski, i Capossela, i Kafka, i Pearl Jam, il rock italiano, Pasolini, i film di Tarantino e De Palma e scappare.
Non lo feci e attesi con pazienza il mio turno.
Un giovedì d’aprile mi sfondarono la porta di casa ed entrarono. La telecaster messicana che tenevo sotto il letto venne distrutta seduta stante, con un gesto così cattivo che nemmeno un Cobain in preda alle ulcere poteva fare di meglio. Spaccarono le bottiglie lasciando i cocci per terra, mentre i libri, i cd, l’ipod, i film li caricarono sul camion diretto alla discarica.
Venni processato per direttissima e adesso sono già due anni che sono dentro. Me ne mancano ancora dieci, ma non mi lamento.
La compagnia è buona. Si rammentano i bei tempi e le iniezioni quotidiane di valium ci rendono calmi e mansueti, pronti, quando usciremo, ad essere reinseriti nella migliore società possibile.

Quando ritornò il proibizionismo stavo sorseggiando un whisky’n’coca comodamente svaccato sul divano.

martedì 18 agosto 2009

Cuore di Rocker

"Ehi, gioite! E' risorto Gesù Cristo!"
Tornavo alla vita reale dopo tre mesi di fuga e Albi non aveva tardato a farmelo notare. Applaudiva sarcasticamente mentre mi dirigevo al tavolo del bar. L'estate non dava tregua e, anche se i tavoli del suddetto erano posizionati all'esterno e il buio fosse calato da un pò, il caldo disegnava chiazze scure e ben visibili sotto le ascelle dei miei amici. Salutai velocemente e mi diressi all'interno del locale.
"Lo fai ancora il mojito Berni?"
"Oooh! Ma allora sei ancora vivo?"
Berni mi abbracciò fin troppo calorosamente, facendo premere dolorosamente il banco all'altezza dello sterno.
"Quindi?"
"Quindi che?"
"Lo fai ancora il mojito?"
"Certo. Sono ancora vivo, io. Arriva subito."
Berni fece un cenno alla ragazza che gli stava a fianco e riattaccò ad interrogarmi.
"Ce l'hai fatta?"
"Questo sarà il tempo a deciderlo, ma la mano l'ho giocata fino in fondo."
"Solo in Italia?"
"No, certo che no. Tre volte in Spagna, due in Germania, Svizzera, Francia, Austria, Olanda e Copenaghen tre sere di fila... passando una settimana dall'Italia."
"Tu sei sempre stato un sognatore. I sognatori sono le anticamere dei falliti. Nessuno ha la forza di andarsene da qui. E tu non sei da meno."
“Magari non me ne andrò, Berni. Ho fatto un tentativo serio, però. Tu sei qui da quarant’anni e servi da bere a questa gente che non ha la forza di andarsene. Tu non credi che nessuno ce l’abbia questa forza, TU LO SPERI.”
Lo shekeramento si interruppe e la ragazza mi servì il drink. Lo pagai ed uscii.
Diedi una lunga sorsata prima di sedermi al tavolo.
Albi, impeccabile finto alternativo del cazzo, mi attendeva fasciato dalla maglietta di Joe Rivetto, dai jeans a sigaretta, dalle All-Star gialle.
“Eccoti finalmente Rabbì (n.d.r. rabbì è l’ebraico per maestro, gli apostoli lo usavano per chiamare Gesù). Possiamo mettere il tuo autografo in vendita su E-bay o dobbiamo continuare ad ascoltare i tuoi progetti senza futuro?”
“Sono felice di rivedervi anche io ragazzi!”
Non dovevo dar corda ad Albi, mi avrebbe distrutto in pochi attimi.
Ci eravamo attratti come fanno gli opposti. A lui la forma a me la sostanza, a lui tutto pronto a me tutto da cercare, a lui la fica a me l’arte, a lui la coca a me la birra. Ma ci eravamo stati d’aiuto in un periodo non facile, dopo la morte di amici comuni in una di quelle che a tutti piace chiamare stragi del sabato sera, e da lì non ci mollammo più.
Alla destra di Albi stava seduto Bob, che di battesimo faceva Giorgio, ma che come il personaggio di Silent-Bob non diceva nulla se non annuire a ciò che usciva dalla bocca di Albi.
Bob scrisse qualcosa su un tovagliolino di carta e lo porse ad Albi, il quale alzandosi in piedi con un ghigno di sfida, dopo averlo letto, cominciò ad urlare:
“Ho l’autografo dell’artista! Ho l’autografo dell’artista! 50 euro per l’autografo dell’artista! – e continuava a guardarmi – 20 euro per l’autografo dell’artista! Nessuno lo vuole? 5 euro per l’autografo dell’artista!”
Nessuno si premurò di farlo smettere e, dopo essersi riseduto, Albi appoggiò il tovagliolino nel posacenere e lo incendiò.
Continuai a sorseggiare il monito non facendo caso che nel bicchiere rimaneva solo il ghiaccio.
“Hai finito adesso?”
“Adesso sì. Erano tre mesi che aspettavo.” E scoppiò in una risata.
“Erano tre mesi che aspettavi di prendermi per il culo? Se ti rodeva così tanto potevi telefonarmi…”
“Farlo di persona dà tutto un altro gusto.”
“E che gusto ti dà?”
“Il gusto di vedere nei tuoi occhi l’effetto che fa sapere che hai appena buttato via tre mesi del tuo tempo.”
“Buttato del MIO tempo. E buttato dove?”
“A te la storia dei Puddle of Mudd ti ha bruciato la testa!”
“Guarda che è una stopria vera, cazzo! Hanno dato il loro demo ad uno della sicurezza ad un concerto dei Limp Bizkit e questo tizio l’ha consegnato al cantante in persona che li ha prodotti…”
“Lo sappiamo, lo sappiamo che Fred Durst ha prodotto i Puddle of Mudd. Ci hai devastato il cervello per due anni con ‘sta storia! Quanti demo hai dato via?”
“Almeno una ventina. Diciannove tra bodiguard, addetti a chissà che cazzi e roadies.”
“E l’altro?”
“Vedi questa?” Spostai i capelli e mostrai la cicatrice che avevo dietro l’orecchio sinistro.
“Ti sei ferito con il tuo stesso cd?? Ma che artista sei??”
“Smettila, scemo. Mi hanno pestato a Copenaghen, durante il concerto. Mi ero sporto troppo dalle transenne per fare il colpaccio. Lanciare il demo sul palco.”
“E ce l’hai fatta?”
“Mi è costato quasi venti punti, ma sì. L’ho lanciato sul palco e Lui l’ha raccolto.”
“E adesso che speri? Che ti telefoni per produrti?”
“No, per portarmi a cena.”
“Signore e signori, l’artista ci sta oer lasciare! Da domani noi andremo a lavorare come bestie e lui a fare la bella vita! Onore all’aritsta!!”
Albi rise di gusto e Bob fece lo stesso. Io ordinai un altro mojito e pensai a quanta fatica, quanti soldi, quanta speranza avevo gettato in quel viaggio. Istintivamente mi venne da credere che un colpo di culo me lo sarei meritato.
“È per questo che mi sono registrato ‘sto cazzo di demo. Per passione. E la passione non te la fanno scemare i panini e le birre che mi danno in cambio i locali di questo posto.”
“Hai ragione Gesù Cristo! Il tuo talento è troppo per noi. Noi onesti faticatori. Noi che, come dici tu, viviamo per far festa il venerdì e cazzeggiare la domenica.”
Non parlava con invidia, ma con la superiorità di chi è sempre dalla parte giusta.
“Tu non fai niente. Stai qui e ti lasci vivere. Anche se finirò come te almeno mi rimane la soddisfazione di aver tentato sul serio.”
“Tu parli parli, ma non concludi mai un cazzo. Se il compenso per farti suonare sono un panino e una birra, sarà perché quello ti meriti. Non siamo tutti sbagliati, Rabbì, sei tu che sei fatto male.”
“Io sono solo me stesso. E sono diverso da voi, da te. Anche se finirò allo stesso modo.”
“Tu sei diverso perché rincorri qualcosa che non esiste in un’età in cui non puoi più farlo! Nessuno lo dice, Rabbì. Ma se tutti fanno così un motivo ci sarà. O sei l’unico intelligente qua intorno?”
Albi mise una mano nella tasca di Bob, estrasse una Galuoise e l’accese.

Me ne andai a dormire con la speranza che davvero qualcosa cambiasse. Per non finire così e, magari, un giorno, essere io a distruggere i sogni altrui.
Trascorsero i giorni e Albi, Berni, e tutto ciò che avevo intorno mi mettevano una tremenda pressione negativa.
L’ultima volta che passai dal bar Berni si rifiutò di darmi da bere.
“La celebrità vuole bere in un posto così misero?”
“Voglio un mojito.”
“Io non sono degno di servirti, sono troppo prigioniero di questo posto infame.”
“Forza Berni, fammi questo cazzo di mojito.”
“Non riesco. Sono paralizzato dal tuo carisma.”
Uscii e lungo il tragitto che mi avrebbe portato ad un altro bar, incontrai Silvia, la cugina di Bob. La quale, dopo avermi praticamente riso in faccia, mi domandò: “Cosa ci fai ancora qui? Stasera non suoni a Roma?”
“Eh?”
“Oramai lo sanno tutti che sei troppo grande per noi.”
“Dai Silvia, non mettertici pure tu.”
“Dico sul serio, …, questo posto, questa vita ti stanno troppo stretti per continuare a viverci in mezzo.”
Abbassai quasi istintivamente lo sguardo, ma più per disprezzo che per altro.
“Ti ha già chiamato?”
“No.”
“Ahi, ahi. Se una ragazza non ti richiama subito significa che hai toppato.”
“E che c’entrano le ragazze adesso?”
“E’ la stessa cosa. Se fai colpo te lo devono dire subito.”
L’estate si spense e nessuna telefonata, nessuna lettera, nessuna mail mi fece fare il salto di qualità. Ritornai a fare il cameriere, ma la cosa non funzionò, come non aveva mai funzionato. Il mio status di zimbello mi impediva persino di lavorare. Perfino gli anziani mi deridevano “Questo è quello che vuol fare la star. Bravo suonatore!!”
L’inizio dell’anno nuovo mi permise di cambiare aria. Un amico di mio padre lo venne a trovare, per dirgli che aveva aperto un locale nel sud Italia e che gli necessitava manodopera. Non mi proposi subito per non dare l’idea di essere alla frutta, ma ascoltai casualmente una loro conversazione.
“Gigi, vorrei che facessi lavorare mio figlio.”
“Ma lui non suona?” e rise.
Potevo solo immaginare la vergogna negli occhi di mio padre.
“Gigi, per favore. Gliel’ho detto anche io di vivere la vita normalmente e che i sogni sono per i ragazzini, ma lui non ci sente. Fallo lavorare, qui oramai è fregato.”
“Se il rocker ci sta, sono disposto a farlo lavorare.”
Cominciò così la mia vita nuova.
Albi mi mandava messaggi di scherno di settimana in settimana. Mia madre per telefono mi ripeteva che tutti le chiedevano se me ne ero andato per suonare e, quando lei rispondeva di no, si mettevano a ridere di gusto. Mi ero lasciato dietro un bel mondo.

Ritornò l’estate e, dopo un anno di silenzio, uscì il nuovo album del gruppo che tanto amavo e che seguii in quei tre mesi così carichi di tensione positiva e speranze.
“Ed eccolo il singolo che tutti aspettavano – annunciò lo speaker della radio che riempiva il bar ancora vuoto – da un anno! Godetevelo e alzate il volume delle vostre radio!”
Le prime note mi furono subito familiari, ma è una cosa che capita spesso se si ascolta un artista o una band così a lungo e così intensamente come era successo a me.
Fu l’ingresso del ritornello che mi fece trasalire. Gli accordi, l’arrangiamento, la linea vocale erano identici ad un pezzo del demo. Del demo che avevo lanciato loro in quella notte danese.
La MIA BAND, coloro che più di un milione di volte mi avevano toccato l’anima, trasformato le giornate, acuito i sentimenti, aveva ascoltato il mio demo e “rubato” una canzone.
Ero l’uomo più felice del mondo nel bar più vuoto del mondo.
Presi le chiavi della macchina e incisi sul bancone una frase:
NON TUTTO IL MALE VIENE PER NUOCERE.
E ritornai ad invischiarmi nella mia vita con un sorriso nuovo sulla faccia.

mercoledì 8 aprile 2009

You and I.

"Vorrei averti qui con me, ma senza limiti, vicini come due satelliti."
Era da un pò che mi chiedevo cha cavolo volesse significare Mao con questa canzone.
E' poco che forse ci sono arrivato.
Arrivare ad un'età (non è necessario che sia un'età precisa) porta con sè fastidiosi rampicanti del passato.
S. è una persona nata nel mio passato e cresciuta nell'ombra del mio presente.
S. ascolta e non sentenzia mai.
S. è il mio muro di gomma. E io sono il suo muro del pianto.
Ci aspettiamo, ci rincorriamo e ci parliamo solo di persona.
Mi sono addormentato vedendo e ascoltanto Godano, e ho cominciato a russare. Poi, appena sveglio, l'ho vista lì e il riaffiorare del passato ha avuto un altro sapore.
Nel frattempo io continuo a vivere in un amore rancoroso e perverso. Lei lo sa e mi dà aiuti e consigli.

"Meglio se ti riposi, così io mi dedico alla costruzione degli argini. va a fnire che mi tocca tornare in piazza verdi a fare le solite cose che sappiamo. cerca di non intossicarti troppo, mi è dispiaciuto vederti cercare di spostare un palo calciandolo per il messaggio della ... take care, love."
Non ho risposto per un paio di giorni.
"Spero che tu non mi abbia liquidato, perchè ti ho rotto le balle con la ..., sai che sono il tuo cuscinetto morale e umorale, ti ascolto e a volte a fronte del tuo ingastrimento mi viene da far una riflessione..! sempre senza pretese.sempre take care.sempre love."
Poi, d'acchitto, è nata una conversazione epistolare veloce e dirompente.
"No. nessuna ripicca. ma sei fuori? è che è una giornata un pò così. necessito di solitudine. scusa. non imparanoiarti davvero. sei uno dei miei cardini... e lo sarai, purtroppo per te, ancora un bel pò."
Cambio velocissimo d'argomento.
"Oh baby, mi dispiace per i capelli, ne perdo sempre troppi, e per l'odore ti è andata bene perchè era uno di quei pochi giorni in cui mi ero lavata! scherzo, lascio inconsapevolmente tracce di me..l'altra volta ti era andata meglio, ti avevo lasciato una collana..!ti dirò, ero un po' in pensiero in questi gironi, ti avevo lasciato al naufragio senza più avere notizie..quindi sei annegato se il naufragio è stato eseguito con successo, o ti sei salvato?buona giornata."
"Non ci si salva da un naufragio... non bisogna nemmeno provarci...l'abilità consiste nel rimettere insieme i cocci dopo... e stavolta mi sembra di esserci riuscito meglio di altre...non stare in pensiero per me, oramai sono scafato per certi avvenimenti..."
"Sì è vero, quello che si può fare è rimettere insieme i cocci, spero davvero che ti riesca la ricostruzione, più solida di altre volte, ci vuole tanto tempo, ma poi si resta in piedi e solidi, o quasi..poi intorno c'è sempre qualcuno che ti da una mano a tenere insieme i pezzi, anche se da solo hai sempre un venerdì a fianco..spero che tu possa rimanere fermo per un po' in attesa del prossimo naufragio."
"Mai stare fermi troppo a lungo nello stesso posto... essere reperibili facilmente è un vantaggio che a certe tempeste non deve essere concesso. muoversi veloci, fare rumore, provare, scancherare, sbattere il muso, piangere un pò, poi ridere anche se non ce n'è motivo... fare di tutto ma mai stare fermi, che si naufraga più spesso nell'attesa che nell'occhio del ciclone. per i pezzi non c'è problema:ho sempre del nastro adesivo con me. e per il primo soccorso è sempre indispensabile. eppoi se c'è anche qualcuno, qualche approdo che faccia da barlume quando la tempesta si abbatte e le vele si spezzano, tanto di guadagnato. se no, mai dichiarare la resa. con calma e alcool si può uscire da dovunque.anche da se stessi, se necessario."
"Tutto ciò è qualcosa, una capacità che non tutti hanno, e tu ce l'hai. tu e V. bisogna essere tattici, e forti, ed esperti, e coraggiosi per non dichiarare mai la resa. è una cosa che alcuni imparano presto, e chi se la deve costruire. vorrei arrivarci. tu sei già tutto questo invece. sei il comandante giusto per l'impresa, sei il napoleone de noantri. dritto fino a waterloo, dove anche io comunque ci sarò, dietro di te, perchè sono molto meno capace di te nell'impresa, sono più incline alla resa. e poi morirai in esilio, scegli tu dove."
"Forse sarà come dici tu, ma io credo solo che i miracoli non siano ancora alla nostra portata, per cui ciò che ci colpisce ce lo siamo in un qualche modo cercato. in virtù di questo, non vale nascondersi o scappare, secondo me è necessario andare anche a Waterloo, ma bisogna seguire soltanto se stessi e le proprie convinzioni, giuste o sbagliate che si rivelino. e l'unica impresa di cui si può essere capaci è non dichiarare la resa. per sè, ma soprattutto per gli altri. per non dare fiato alla bocca degli altri. alla mediocrità in cui tutti ci vogliono trascinare. quindi meglio solo a Waterloo che in pessima compagnia in Campidoglio. non posso scegliere l'esilio, l'esilio mi verrà imposto. ma non mi rassegnerò anche allora. mai darò a tutta questa merda l'opportunità di appestarmi. io sono ..., cristo, e tutti devono baciare le mie sacre chiappe."
"Comprerò bottoni con il viso di napoleone per ricordarmi di questa conversazione, e per ricordarmi di te, anche nel freddo quando i bottoni serviranno per chiudere il cappotto e ripararsi dalle interperie. le tue chiappe non sono esattamente la parte di te che preferirei baciare, sto in attesa di contaminare il tuo cuscino con altri miei capelli, chiaramente solo dormendo, tu che hai casa da solo. sono arrivate le tanto attese mestruazioni, ti è andata bene. ora aspettiamo le rivoluzioni."

"Vorrei averti qui con me, ma senza limiti, vicini come due satelliti."

giovedì 5 marzo 2009

Sarà. Sarà la vita. Sarà.

E' un periodo un pò tormentato. Alla fine, delle questioni del cazzo si trasformano in problemi giganteschi.
Io, come di consueto, ci metto del mio per far esplodere tutto e subito.
Pensare di più, parlare di meno.
Ma non credo cambierebbe molto.
Nel giro di pochi giorni ho perso fiducia in due amici veri.
Il punto è che ho ragione io. E se li conosco un poco anch'essi pensano la stessa cosa (rivolta a loro però). C'è chi vuol salvare il salvabile e chi si crede dio.
Non si può svuotare il mare con un cucchiaino e dio non esiste.
Le cose vanno a rovescio e la testa mi duole sempre parecchio.
Bevo come uno stronzo e, ultimamente, nemmeno mi diverto più a farlo.
Mi manca il conforto, non ho autocontrollo.
Ma ho smesso di irritarmi per i sorrisi fasulli e le pacche sulle spalle date male.
Ho dei lividi su entrambi i fianchi e nemmeno mi ricordo come me li sono procurati.
Le crisi di panico sono sempre più frequenti e non sempre le posso assecondare. La macchina l'ho già disfatta una volta.
I miei rifugi sono tre. Ma non voglio essere troppo gravoso.
Per cui tendo a distaccarmi.
Un'unità distaccata di me stesso.
C'è bonaccia intellettuale e fisica.
Mi mancano le liti, quelle vere.
Ho voglia di camminare sotto il sole e piove da non so quanto.
Sarà. Sarà la vita. Sarà.

lunedì 9 febbraio 2009

Due passi avanti.

Alla fine un pò di pessimismo l'ho perduto.

L'ho lasciato nella pozza di sangue che mi sgorgava copioso dalla testa sabato notte.

Sarà che forse ne avevo bisogno di vederti da così vicino, cara sorella morte.
Era un pò che ti cercavo.

Ed ora tu sei lì, mentre mi accendo una sigaretta e cerco di fare il punto della situazione.

Non avevo mai notato la puzza che emana il sangue. Una puzza indelebile.
Sono tutto impiastricciato.
I capelli, la faccia, le mani, i vestiti.
Anche il poco tabacco che mi era rimasto è rosso e appiccicaticcio.
Dopo la botta non sento il male, ho solo un ronzio in testa e il cuore che mi vuole uscire dal petto.
E mentre mi scruto nel vetro del lunotto posteriore, mi accorgo del silenzio.
E' un bel silenzio.
E' il silenzio della tempesta che si placa. E' il silenzio che mi riempie invece di svuotarmi.
In definitiva è uno dei suoni più belli che abbia mai udito.
Intanto comincia a piovere. E ho finito i fazzolettini di carta.
L'adrenalina non accenna a diminuire, e penso alle persone che avrei fatto soffire con questa follia.
Alla fine della fiera, però, i conti bisogna farli con sè stessi.
E io, tanti conti, li ho ancora in sospeso.
Si fermano due macchine e trainano la mia fuori dal cumulo di terra in cui ci siamo catapultati.
Li ringrazio e loro se ne vanno.
In conclusione sono solo. Solo e insanguinato. Solo e insanguinato in mezzo alla nebbia.
Ma sono felice.
Quasi quasi mi metto a ridere.
Solo e insanguinato in mezzo alla nebbia, mi metto a ridere.
E' andata così, è andata.
Accarezzo la Punto per l'ultima volta (ma questo lo avrei scoperto in seguito) e ricordo tutte le volte in cui, dopo che perdevo le staffe, mi ha portato sano e salvo in un qualunque posto.
La ringrazio. Per essersi sacrificata al mio posto.
MORS TUA, VITA MEA.
Forse stavolta ho imparato la lezione.

Alla fine un pò di pessimismo l'ho perduto.